©Gabriele Orlini - DooG Reporter 2023

2023 | Diario dal Sudamerica

Sembra ieri: 2020, eravamo in Bolivia ed a un certo punto nel mondo esplode la pandemia del COVID che bloccherà il pianeta per molto tempo, e cambierà molte cose del nostro quotidiano. Il nostro team riesce a tornare in patria con non poche difficoltà, mentre tutti i nostri mezzi e la nostra attrezzatura potrà rientrare dopo un anno circa. Nel momento COVID nessuno poteva fare previsioni sul “quando” si sarebbe potuto tornare ad una parziale normalità, sembrava una piaga senza fine. Un momento, che non è stato proprio un momento, in cui l’umanità invece di sentirsi più unità era sempre più divisa, soprattutto a causa delle scelte, che non commento né in positivo che in negativo, su come veniva gestito questo grande disastro. Alla fine del 2021 si apre un piccolo spiraglio e riavuta fiducia sul futuro ci prepariamo per una nuova missione che prevedeva un itinerario da Tokyo a Roma, attraverso Giappone, Corea del Sud, Russia, Mongolia ed Europa. Un progetto definitivo nei dettagli, ma nel dettaglio non avevamo previsto l’invasione della Russia in Ucraina, che ha fatto tornare questa umanità, già sfiancata dal COVID, indietro nel tempo agli orrori di cento anni fa. Non abbiamo imparato nulla.

Il pensiero torna in Sudamerica, per completare quella missione interrotta nel 2020 e completare la visita dei paesi rimasti fuori dal nostro programma. Sempre in collaborazione col il Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale e questa volta nello specifico con la CELAM (Conferenza Episcopale Latino America e Caraibica), studiamo un itinerario che da Montevideo possa attraversare la pare centrale del Sudamerica salendo fino alla costa nord della Colombia. Il fine sarà sempre quello di documentare il lavoro instancabile dei missionari cattolici che donano la loro vita ai più deboli, ai più indifesi, ai più sofferenti.

Ci mettiamo quindi al lavoro per realizzare questa nuova iniziativa ed arriviamo alle porte dell’estate 2023 quando la Farnesina ci comunica che la parte nord del Sudamerica è insicura a causa dei noti cambiamenti politici ed al riacutizzarsi delle attività dei narcos, soprattutto nelle zone di frontiera.
Bravi a riorganizzarci nelle emergenze, siamo costretti quindi a cambiare nuovamente l’itinerario, cambiando i ticket aerei, gli stickers con le relative mappe, le targhe ricordo da dare in dono e tutte quelle cose legate al vecchio itinerario.

La nuova strada ci vedrà arrivare ed andar via da Montevideo, con un anello attraverso Uruguay, Argentina, Bolivia, Cile, ancora Argentina ed ancora Uruguay. Un giro attraverso delle terre meravigliosa dove regna una altrettanta inammissibile povertà. Parte di questi territori già li conosciamo, dei nuovi li scopriremo e la nostra guida sarà il Fondo Populorum Progressio, con cui abbiamo collaborato nella edizione 2020.

La preparazione del viaggio

È semplice, ma mai troppo semplice. Questo sarà un team ridotto, per problematiche personali di alcuni componenti, con una quota italiana pari a quella straniera e dei turn over. La parte tecnica è sempre la più complessa per riorganizzare un solo furgone di appoggio con il materiale che solitamente entra in due furgoni: dobbiamo sistemare i ricambi ed attrezzatura cercando di eliminare il superfluo. L’attrezzatura tecnica meraviglia Valter, l’unico su Roma a potermi dare un valido aiuto: scopriamo una cassetta attrezzi incredibilmente inadeguata, con utensili vecchi, male assemblati e peggio assortiti. Ciò ci costringe ad una spesa non prevista, ma se vogliamo essere pronti ad affrontare eventuali problemi tecnici non abbiamo alternativa. Un problema far ripartire anche il gruppo elettrogeno, con la benzina “vecchia” che ha bloccato tutti gli ugelli. Il furgone che utilizzeremo è il combinato a 6 posti, ed una volta tolta la seconda fila di sedili abbiamo la possibilità di sfruttare una ampia zona di carico. Il portabagagli è fatto a mano dagli amici di Valter a Bassano, una soluzione che aiuterà a liberare il carico nel cassone. Il Daily gommato da Parisi Gomme e revisionato da Strappini è ora pronto e sembra anche con zero sovraccarico. La cambusa offerta dai Supermercati Iper di Milano basterà sicuramente ai due mesi e l’unica cosa a cui abbiamo dovuto rinunciare è la scorta d’acqua, non c’era proprio spazio. I contatti istituzionali sono stati rallentati da alcune incomprensioni riguardo ai tempi ed all’itinerario, ma ora tutto è stato risolto e siamo già in comunicazione con i nostri colleghi delle regioni interessate.

Ticket aerei per e dà Montevideo: troviamo un aumento dei prezzi pari a circa il 30%, mentre i costi per il nolo container sembra stabile. Un amico di un amico (che sarebbe il caso di terminare la frase con “è il mio nemico”) a pochi giorni dalla partenza ci fa il prezzo a Montevideo per lo sdoganamento: un vero furto, con la spesa di 1300 $ a moto (solo andata) e per le assicurazioni $ 387 a moto solo per Uruguay. Il nome di questa spettabile azienda lo farò una volta rientrati in Italia. Insomma cercando altre soluzioni e grazie al lavoro impagabile della nostra rappresentanza diplomatica a Montevideo, che non finirò mai di ringraziare, troviamo una alternativa umana che ci costerà 250 $ a moto (solo andata) e per quanto riguarda l’assicurazione riesco a trovare online un broker che per 150 euro a moto ci assicura per tre mesi ed in tutti i paesi attraversati.

Non necessitiamo di vaccinazioni particolari, è solo importante la scorta di farmaci personali e d’emergenza ed una ricca valigia di pronto soccorso per tutte le evenienze. Neanche il bisogno di visti d’ingresso, non tutti sanno infatti che il passaporto italiano è tra i più potenti, esattamente il secondo al mondo, che ci da la possibilità di accedere a circa 190 paesi senza visto. Perfezioniamo il nostro equipaggiamento con i caschi Caberg, l’abbigliamento OJ e le immancabili borse MyTech per le nostre motociclette. Tutto è ok e la data prevista per il carico del container è il 22 agosto, una data che non mi consente un giorno di mare.

Il 22 all’imbarco del container è presente tutto il team, manca solo Wolf che ha già consegnato la sua BMW. Ci rechiamo così a Cerveteri dove la “Traser” ci consente di caricare i nostri mezzi nel container attraverso le loro strutture dedicate. Ore di caldo incredibile e serriamo le porte del container che è l’ora di pranzo.

La nostra partenza in aereo è per il 5 di ottobre, ma non sarà un mese di relax settembre, c’è tutta la parte della comunicazione da sistemare e bisogna scrivere e scrivere, sostituire le mappe adesive con quelle nuove indicate dalla Farnesina e la stessa cosa per quanto riguarda le targhe ricordo, una spesa aggiuntiva che supera i 3000 euro se contiamo anche il cambio del ticket aereo.

05 ottobre

Finalmente ci siamo (non voglio dimenticare di raccontare che questo viaggio è stato già rinviato due volte: per motivi tecnici prima e poi per la situazione politica peruviana) ed alle 8.20 decolliamo per Madrid. Io, Egidio, Gabriele, Lisa, Susana, Josè, Mehmet e Wolf siamo i primi a partire in questa fase. Due ore di volo e poi 5 ore di stop, 5 ore impiegate a capire da che parte dobbiamo andare. Lo scalo madrileno è molto grande e collegato con autobus, ci mettiamo una vita per raggiungere il nuovo terminal, ed una volta arrivati al desk per la carta d’imbarco scopriamo che siamo in over booking, nonostante il nostro ticket fosse stato confermato. Rimaniamo senza fiato fino a quando, un’ora più tardi circa, ci convalidano la partenza. Siamo sul grande aereo della Iberia che ci porterà a Lima con 11 ore di volo. Una vera tortura per chi non ha una taglia da Chihuahua: sono state stabilite delle regole, giustamente, per il trasporto degli animali, ma per il trasporto delle persone nulla??? Avete provato a viaggiare da qualche tempo su questi aerei? Non c’è lo spazio neanche per respirare. Quando portano il pranzo o la cena, mangiare diventa un difficilissimo esercizio di yoga. È impossibile muoversi, impossibile portare il cibo alla bocca senza dare una gomitata in faccia a chi ti sta vicino. Il tuo viso a due palmi dal sedile davanti e le spalle dove le mettiamo? Dormire, e come? 

06 ottobre

All’aeroporto di Lima ci perdiamo nel fuso orario, ma riusciamo a mangiare come delle persone e non come Chihuahua. La Latam ci porterà fino a Montevideo, ma la partenza è rinviata di un ora per una ala che non funziona.

Balliamo a non finire sulle Ande, e per chi come me ha paura di volare quelle 4 ore si trasformano in una eternità. Ma alla fine atterriamo a Montevideo. Qui siamo in tarda primavera, il cielo è luminosissimo e fa freddino, circa 20. I nostri colleghi sono ad attenderci in aeroporto e ci aiutano a svolgere le procedure doganali. Abbiamo perso un bagaglio, sembra sia rimasto a Madrid e forse ci verrà consegnato domani.

Con un pullmino veniamo accompagnati presso un centro sportivo della polizia appena fuori città, un’area verde molto grande con dei cottage dove saremo ospiti fino a quando non riusciremo a prendere i nostri mezzi in dogana. La nave è giunta ieri nel terminal del porto ma sono necessarie circa 48 ore per il rilascio del container. Attendiamo tutto il giorno notizie circa il rilascio del container, ma nulla e solo nel tardo pomeriggio ci viene comunicato che probabilmente lunedì si potrà concludere l’operazione.

Pranziamo in un piccolo ristorante adiacente la nostra struttura in compagnia di Miguel, il collega locale che ha il compito di farci da guida. Ci racconta un po’ la situazione del paese: l’Uruguay è forse quello “che se la passa meglio”, ma il costo della vita non è proporzionato agli stipendi. Forse perché è molto turistico o semplicemente perché il costo della vita continua ad alzarsi ovunque senza tener conto delle effettive possibilità della popolazione. Non ci resta che andare in branda e recuperare il sono perduto.

07 ottobre

Oggi a Montevideo è la giornata del patrimonio, un po’ come quella del FAI in Italia, dove si possono visitare musei ed edifici di importanza storica ed architettonica. Colazione da un fornaio a due passi da dove alloggiamo e poi due passi fino all’oceano, ci accompagna un vento freddo e teso ma il cielo è meraviglioso. Nel pomeriggio siamo ospiti presso l’ambasciata italiana che è ubicata in centro città. Anche la nostra rappresentanza diplomatica ha aderito alla giornata del patrimonio e all’arrivo troviamo decine di persone in fila, in attesa di visitare il palazzo.

La struttura è dei primi del ‘900 ed è stata acquistata dall’Italia alla metà del secolo. Veniamo ricevuto dall’Ambasciatore Iannuzzi, che ci illustra nei particolari la storia dell’ambasciata ed alcuni interessanti aspetti della città. Dedichiamo parte del pomeriggio a passeggiare tra le vie della parte vecchia della città, in quel momento gremita di bancarelle in una marmellata di persone. Per la sera organizziamo un barbecue presso i nostri alloggi, niente male per una cena improvvisata.

08 ottobre

Domenica di attesa tra un caffè e l’altro. Il tempo bello sta arrivando in Sudamerica e nelle ore più calde si sta bene anche con la t-shirt. Ma siamo in pensiero per domani, l’incognita moto è preponderante.

09 ottobre

Come convenuto ci portiamo presso l’ufficio del nostro despacciante, Kessler, che ci dovrebbe dare delle info certe sul ritiro dei nostri mezzi. Noi siamo puntuali, lui ancora non si vede, ma il suo collaboratore ci invia all’ufficio immigrazione per la registrazione (cosa che avremo potuto fare venerdì). L’ufficio si trova a due passi da Kessler ma arrivati all’ingresso troviamo una fila di decine di persone, ma fortunatamente riusciamo a trovare una preferenziale. Ce la sbrighiamo in un paio d’ore e torniamo da Kessler con il nostro bel documento d’ingresso nel paese. Altre due ora per fotocopiare i nostri documenti (avrebbero fatto prima e meglio i monaci amanuensi) ed ecco spuntare Kessler che ci conferma che per oggi nulla sarà possibile, forse domani, o dopo. Non siamo affatto felici, ma discutere non serve…benvenuti in Sudamerica. Torniamo al Parque Policial e rivediamo la tabella di marcia: conveniamo che vista la situazione non possiamo continuare a spostare impegni giorno per giorno, è più sensato rinviare la partenza di due giorni e cioè al 12 e cercare poi di recuperare lungo la strada il tempo perduto.

10 ottobre

Altro giorno di attesa nella speranza che le autorità portuali si facciano vivi. Certo qui si respirare un’aria speciale, non c’è inquinamento e pochi sono stati, mi dicono, gli inconvenienti da cambiamento climatico. Abbiamo a due passi il Rio della Plata, che poco più in là si confonde con l’oceano: in questo tratto l’acqua è scura, marroncina, ma comunque pulita e balneabile. Egidio è intento a preparare il pranzo.

Ed alle 14.00 arriva finalmente la telefonata che aspettavamo, venite di corsa al Buquebus che siamo pronti ad aprire il container. Con due taxi ed un ora di tempo giungiamo al porto e senza problemi ulteriori apriamo il container già posizionato a terra: i mezzi sono intatti, solo un forte odore di benzina nonostante i serbatoi fossero stati svuotati. Ci mettiamo al lavoro per montare il portabagagli fornitoci da Alessi di Bassano del Grappa e montiamo i pneumatici posteriore al posto dei solo cerchi in ferro che ci consentono di ridurre l’altezza del furgone. Due ore di lavoro e passiamo alla dogana per la registrazione finale. Due moto completamente a secco ci ritardano l’operazione e rientriamo alle cabanas che sono le 21.00.

11 ottobre

Giornata dedicata alla preparazione dei mezzi. Non è mai semplice ed oggi piove, fa freddo e soffia una tramontana che non ci dà tregua. Togliamo gli adesivi del vecchio itinerario per sostituirli con quelli nuovi, sistemiamo a dovere il portabagagli ed iniziamo a riempire il furgone nel miglior modo possibile. Di spazio ne abbiamo a sufficienza, ma con dei ripiani interni che non abbiamo avuto il tempo di prevedere sarebbe stato meglio. In ogni caso va bene così, poteva andare sicuramente peggio. A pranzo ci raggiungono gli amici dell’Interpol che sono venuti a sincerarsi che tutto era a posto. Un timido sole ci fa completare le operazioni con serenità ed a cena “tortellini in brodo”!!!

12 ottobre

Alle 8.00 siamo all’interno dell’Ambasciata italiana ove è stata preparata una cerimonia di partenza: sono presenti anche le rappresentanze diplomatiche di Turchia, Germania e Portogallo, il Nunzio apostolico e le autorità di polizia locali. È un momento importante ed il padrone di casa, l’ambasciatore Iannuzzi, illustra ai presenti il nostro progetto e le finalità.

Ci incamminiamo per Rosario, una galoppata che si preannuncia difficile sia per i km da percorrere e sia per la frontiera da attraversare. Abbiamo compreso da tempo che le dogane non sono mai semplici: la dogana non è una cosa astratta ma è fatta di persone, e se ti capita quella sbagliata sono problemi. Costeggiamo il rio della Plata per molto tempo, tra campi sterminati ed infiniti allevamenti di bovini. L’Uruguay era definita la riserva di carne degli USA, ora un po’ meno anche a causa del diverso modo di alimentarsi.

Circa 300 km e siamo quasi al ponte Libertador Generale San Martin che unisce l’Uruguay all’Argentina, ma lo vediamo da lontano, c’è da attraversare la frontiera ancora. Passaporto ed immigrazione ok e poi la dogana. Mentre sono in fila per la dogana argentina mi sento chiamare via radio che ci sono problemi con il furgone. Mi avvicino rapidamente al furgone e trovo un doganiere, un ragazzotto poco più che vent’enne, che è a carponi all’interno del nostro Van intento ad aprire tutte le scatole, valigie e sacchi. Come di consueto portiamo al nostro seguito degli alimenti, ma questa volta con il nuovo trattato del Mercosur, entrato in vigore il 23 di agosto scorso e che ingloba quasi tutti i paesi Sudamericani, abbiamo dichiarato proprio tutto, dagli alimenti ai ricambi agli effetti personali. Cerco di spiegare al doganiere, informandolo della nostra missione, che i viveri non sono destinati alla vendita ma sono per noi e che i ricambi saranno utilizzati per le eventuali emergenze sui nostri veicoli, ma non serve….ribatte che i viveri li dobbiamo lasciare a lui perché noi li potremmo vendere e comunque ce li possiamo ricomprare in Argentina, per i ricambi poi dobbiamo cercare un despacciante che li certifichi e poi e poi e poi, mentre continuava ad aprire tutte le scatole, compresi i pacchi di biscotti. Rimango perplesso in quanto in più di 20 anni non mi ero mai trovato in una simile situazione. Vani i chiarimenti e vano il tentativo di far capire. Oramai tutte le nostre cose sono sul marciapiede della dogana e non vediamo alcuna via d’uscita. Mi viene in mente di contattare il nostro referente Interpol in Argentina e lo informo della situazione anomala in cui ci troviamo. Nel frattempo il doganiere scrupoloso rimane da solo, all’interno del furgone, in quanto i suoi colleghi sembrano dissociarsi dal suo operato. Dopo qualche minuto arriva una chiamata in dogana da parte del nostro referente che chiede di parlare con il doganiere che sta nel nostro furgone: un suo collega gli comunica la cosa ed aggiunge dell’altro che non riesco a capire ed a quel punto “l’irreprensibile” si rifiuta di parlare con il nostro referente affermando che sta solamente controllando, ma subito dopo scende dal furgone e scompare. Arriva un altro doganiere che mi rassicura che è tutto a posto e che vogliono soltanto una packing list del materiale a bordo, cosa più sensata. La packing list andrà presentata in uscita dall’Argentina a dimostrazione che nulla è stato venduto in caso di un nuovo controllo. Insomma questa storia ci è costata tante parole e tanta preoccupazione, ci ha fatto perdere due ore, sono le ore 15 e dobbiamo percorrere altri 400 km.

Lascio la dogana amareggiato, ma un “tizio” così fatto non ci può assolutamente rovinare la giornata. Facciamo benzina in suolo argentino ad un costo meno della metà: la crisi di questo paese è tristemente noto, la svalutazione che colpisce il pesos è ogni giorno più forte ed a oggi con un euro ne puoi comprare 360. Anche qui viaggiamo in pianura, rettilinei interminabili ed il sole che inizia a calare, sicuramente dovremo guidare nella notte. Giungiamo in Rosario che è buio ed al casello autostradale veniamo agganciati da una pattuglia di motociclisti della polizia locale che hanno il compito di accompagnarci preso la diocesi dove pernotteremo.

Entriamo nel cortile della chiesa di S. Joaquin e S. Ana e troviamo un piccolo gruppo di persone ad attenderci. È Milton, il diacono permanente della circoscrizione vescovile con alcuni fedeli che ci accolgono con la musica, un grande asado e tanto entusiasmo. Il tempo di sistemare i mezzi in modo sicuro all’interno della cappella (il barrio dove ci troviamo è tra i più pericolosi di Rosario, e Rosario è la provincia più pericolosa di Argentina) e ci mettiamo a tavola per onorare il meraviglioso banchetto. Dopo le dovute presentazioni e la cena troviamo sistemazione in una stanza della struttura con dei materassi a terra. Il piccolo edificio è un piano terra che ospita oltre alla cappella una sala mensa, una cucina, una sala per le attività comuni e due stanze ripostiglio.

13 ottobre

Sveglia all’alba, ancora qualche problema col fuso. Esco a controllare il furgone che è rimasto nel cortile e noto due auto della polizia che vigilano sulla nostra “quadra”, mi sento più tranquillo. Fa freddissimo, siamo a meno di 3°. Preparo un caffè e con Josè porto sul tavolo la colazione (che il tizio della dogana voleva portarci via). Verso le 9.00 viene in visita il capo della polizia di zona, è un italiano di terza generazione che ci fa un quadro della regione non affatto rassicurante: i narcos e la criminalità comune dopo la pandemia sono aumentate vorticosamente e questo barrio, uno dei più grandi della periferia, ne è la massima espressione. Incarica i suoi uomini di seguirci ovunque e quando ci rechiamo a casa di Milton veniamo seguiti da alcuni colleghi armati fino ai denti.

Milton ospita un merendero, la sua abitazione fa da mensa per i poveri. Qui vengono preparati pasti per circa 450 persone per 5 giorni alla settimana ed in più, due volte a settimana, viene distribuita la colazione ai ragazzi inferiori a 12 anni ed agli anziani. Ogni pasto è registrato, ogni colazione è censita. Non hanno un pc e tutto viene annotato su dei registri a penna. Conoscono lo stato economico di tutte le famiglie della zona e li aiutano fornendo anche vestiti, quando ce li hanno. Questa potrebbe essere inquadrata come normale routine, un missionario che aiuta i disagiati, ma la cosa che colpisce è vedere che Milton è assistito da una schiera di poveri che a loro volta aiutano quelli ancora più poveri. 

Il quartiere è desolato, immondizia ovunque e nei cassonetti strapieni affondano le mani ragazzi in cerca di qualunque cosa. Le case sono costruite con lavorazioni diverse, a volte inventate con fili della luce che viaggiano a tutte le altezze. Cani randagi pieni di zecche che frugano tra i rifiuti completano il quadro drammatico di queste strade. Dopo aver aiutato i volontari a servire i pasti torniamo alla chiesetta per prepararci e partire per la prossima destinazione, Cordoba.

In viaggio è impossibile non pensare all’esperienza vissuta, a volte ci farebbe bene guardare indietro.

Cordoba Capital è una grande città, grandi viali, negozi, anche grattacieli. Giungiamo prima del tramonto e siamo ospiti presso un seminario ubicato nel micro centro. In due stanze, e questa volta su dei letti, riusciamo a recuperare stanchezza e stress.

14 ottobre

Caffè, dopo aver perso a tempo a recuperare la spina elettrica giusta (nei vecchi impianti troviamo ancora le prese che hanno un mix tra quella americana e quella europea) e biscotti per iniziare la giornata. Il primo appuntamento è presso la diocesi della SS Trinità condotta da padre Omar, un francescano di ferro che combatte ogni giorno, sulla strada, a favore dei meno fortunati. Si laurea psicologo ma poi l’amore verso il prossimo lo porta a prendere i voti. Quando ci racconta della sua città ci vengono i brividi, questo paese sta attraversando una crisi senza precedenti dove chi ci rimette sono sempre i più deboli.

A due passi dalla chiesa visitiamo un centro di accoglienza per il rifugio notturno dei senza tetto e per le donne vittime di violenza. Questa struttura è a carico della Caritas condotta da Alejandro, e con i suoi circa 60 posti disponibili è un valido sostegno per i bisognosi del quartiere. Anche oggi serviremo i pasti con i fedeli/volontari: verranno distribuiti circa 150 pasti + una serie di “buste di alimenti” per chi ha più persone nel nucleo famigliare. In fila sul marciapiede troviamo persone anziane, mamme con figli piccolissimi che tendono le loro manine per prendere il loro contenitore con la pasta. Vengono anche ragazzi giovani, prostituite, transessuali, tossici, tutti accolti con lo stesso affetto: Omar li conosce tutti e per tutti ha una parola, un abbraccio, un conforto. La distribuzione dura circa un’ora dopodiché in una tavola improvvisata nella chiesa anche noi consumiamo, unitamente ai fedeli, la nostra razione.

Pomeriggio in seminario dove riceviamo la visita da parte di alcuni funzionari della polizia provinciale, un momento di relax dove abbiamo la possibilità di conoscere meglio i nostri colleghi e le attività che svolgono. I dati che ci comunicano sulla criminalità ci lascia interdetti, droga, criminalità comune ed anche qui il problema della immigrazione da parte di chi sceglie questo paese per delinquere. Il reato che però mi inquieta di più è la violenza di genere, un fenomeno anche qui in continuo aumento.

15 ottobre

Alle 8.00 siamo già in strada, è domenica e la città sembra deserta. Ci perdiamo un attimo nel groviglio di incroci e semafori ma poi in autostrada tutto è più semplice. Saliamo verso nord, direzione Anatuya nella provincia di Santiago dell’Estero. Al casello autostradale le carte di credito non funzionano, nessuna, e così il casellante ci alza la sbarra e ci fa passare. Così anche al secondo casello e poi al terzo, ma non sembra che sia un problema per gli addetti al controllo.

Sosta benzina, sosta caffè, e la temperatura dell’aria inizia ad aumentare fino ad arrivare a 38°. Ne avevamo soltanto 3 a Rosario, una bella escursione direi. Il paesaggio si fa desertico, il terreno lascia il posto alla sabbia e spuntano i primi cactus. Ai lati della carreggiata scorrono uno dopo l’altro aziende agricole ed allevamenti di bestiame senza soluzione di continuità. Ultima sosta benzina e ci concediamo qualche minuto di riposo all’interno di un autogrill “condizionato”, quel tanto che basta a riprenderci dalla calura. Venti km ancora e siamo ad Anatuya. 

Incontriamo Veronica, responsabile della Caritas locale, che ci conduce presso la loro struttura. Ci illustra brevemente le criticità dell’area che sono tutte riconducibile alla scarsità d’acqua, non piove da sette mesi. La difficolta per irrigare ed abbeverare le bestie è un problema serio, e la diocesi del posto fa tutto il possibile per dare una mano con la costruzione di pozzi e depositi. Chiedo se la responsabilità può essere attribuita al cambiamento climatico, ma dicono di no, qui è sempre stato così.

La Caritas si occupa anche delle famiglie meno abbienti, della scolarizzazione e del dopo scuola. Nota positiva è il tasso di criminalità quasi a zero (lo scorso anno in questa città è stato commesso un solo reato) ed anche gli stupefacenti non sono ancora un vero problema. Parliamo comunque di una zona molto isolata e con una densità di popolazione bassissima. 

La sera siamo ospiti presso una casa rurale, dove i padroni di casa hanno allestito un barbecue per l’asado. Siamo in un posto isolato, terreno sabbioso e lavorare la terra qui non è affatto semplice.

16 ottobre

Siamo sistemati all’interno di una casa Caritas, l’unico punto di riferimento per i bisognosi di questa città che conta circa 5000 abitanti. Anatuya ha una grande estensione e le zone periferiche hanno strade bianche e non tutti hanno acqua e luce. Questo posto con l’Africa che ho visitato ha moltissimo in comune. Il primo step della giornata è presso una casa per disabili: i 9 ospiti sono ragazzi nati con gravi malformazioni e che sono stati abbandonati dai genitori. È sempre la Caritas ad occuparsene attraverso dei volontari e dei professionisti specializzati. Queste povere anime hanno bisogno di cure costanti ma soprattutto d’amore, cosa che qui trovano. Poco distante una residenza di anziani, anche loro abbandonati o senza famiglia. Il giovane francescano che ci accoglie ci spiega che tutti gli ospiti sono stati raccolti dalla strada ed in questo posto hanno trovato la possibilità di vivere serenamente il resto dei loro giorni.

Altro appuntamento è in una vecchia struttura di proprietà della chiesa che stanno ristrutturando sempre nella periferia del villaggio: un grande spazio con un orto ed un piccolo allevamento di animali dove i ragazzi, specialmente quelli in difficoltà o che fanno uso di sostanze, si ritrovano per cercare di uscire fuori da un brutto giro con l’aiuto di psicologi e volontari della Caritas.

Ultimo appuntamento alla periferia estrema dove le case sono davvero in condizioni pessime. Qui la Caritas quando ha dei fondi a disposizione riesce a donare dei “bagni”. Si esatto, dei bagni o delle “case da bagno” come qui vengono chiamate. In questa parte desolata della cittadina questi casotti, che appaiono come costruzioni a mattoni con all’interno praticamente nulla, non hanno il bagno e chi vi abita è costretto ad andare nel campo per i propri bisogni. La Caritas riesce a donare la costruzione di un casotto adibito a bagno dotato di tutto ciò che serve, ma i fondi sono limitati e non si riesce ad aiutare tutti.

Chiudiamo il pomeriggio con una visita al campo di Rodriguez che per vivere fabbrica mattoni. Come quasi 2500 anni fa, in una fossa circolare viene mischiato, da un asino che gira con una ruota, terra acqua sterco e trucioli di legno. L’impasto poi viene trasformato con dei stampini in mattoni che una volta essiccati vengono cotti con pile enormi di legna. Per fabbricarne mille impiega tre giorni lavorando ininterrottamente e se tutto va bene guadagna 20.000 pesos (con il cambio sull’euro a 340). Tolte le spese per l’acqua, la legna ed il somaro fate il conto di quello che può guadagnare. Una insegnante ha uno stipendio di 120.000 pesos ed un poliziotto poco più con una svalutazione del peso che ogni giorno sprofonda sempre più.

17 ottobre

Lasciamo Anatuya all’alba in direzione Salta. A mano a mano che saliamo verso nord lo scenario cambia ancora, più verde, più pascoli ed una estensione di campi coltivati per centinaia di km. Ieri ci raccontavano che sono sette mesi che non piove, ma oggi siamo fortunati, piove!!! Una pioggerella prima leggera e poi più insistente. Rischiamo anche di rimanere senza benzina in quanto la distribuzione del combustibile nel nord del Paese non è regolare ed alla prima occasione riempiamo anche le taniche di scorta.

La strada è una nazionale ad una corsia, a volte a due corsie, ma comunque agevole che si percorre senza difficoltà. Saliamo a 1000 mslm quando siamo in prossimità di Salta, una grande città con quasi 3 milioni di abitanti. A Salta siamo ospiti della Caritas ed è Miguel ad accoglierci. È lui il responsabile locale, un poliziotto in pensione da alcuni anni che si è sempre dedicato al volontariato.

Abbiamo problemi per parcheggiare il Van, le moto entrano nell’ingresso della casa ma per il furgone ci vuole un posto grande e chiuso, la criminalità della città non permette di lasciarlo neanche un minuto da solo. Dopo un giro di telefonate troviamo un garage ad una quadra distante che ha i requisiti giusti e lo sistemiamo con soli 16 euro.

18 ottobre

Il giorno del mio compleanno.
È il secondo che trascorro in viaggio con MFP, e la prima volta è stato a Katmandu.

Saliamo tutti sulla jeep della Caritas e ci portiamo presso la discarica della città. Un posto fuori da ogni immaginazione dove vivono circa 200 famiglie che campano con la selezione dei rifiuti in condizioni disumane. Avevo visto cose simili in Honduras, ma non credevo che in Argentina si potessero replicare. Il villaggio ai piedi della collina dei rifiuti è costituito da capanne improvvisate o piccole costruzioni in mattoni. L’aria è irrespirabile e tutto intorno è contaminato dall’acqua che durante le piogge scende dai rifiuti e si infiltra ovunque. Ovviamente nella collina c’è qualunque tipo di immondizia compresa quella considerata pericolosa.

Per non far mancare nulla il villaggio sui tre lati è circondato da paludi che completano la situazione di degrado. Tutti lavorano nei rifiuti: quando arrivano i camion a scaricare queste povere anime selezionano il recuperabile che poi viene venduto a delle aziende specifiche. Questo lavoro viene eseguito senza nessun tipo di protezione che comporta per chi ci vive tumori e malattie infettive. Le loro mani sono nere, hanno perso il colore tipico della pelle, non hanno quasi più i denti ed hanno uno stato di decadimento totale.

Unico attore che cerca di dare un contributo è la Caritas, che con Miguel e Alisha cercano di dare una piccola speranza di vita. Preparano pasti caldi numerose volte alla settimana, ma possono permettersi soltanto 200 razioni mentre 200 sono le famiglie. Il contributo della municipalità è quasi nullo in quanto per l’istituzione questo posto semplicemente non esiste. Alisha ci fa un riassunto orrendo della situazione: lavora qui come volontaria da quando aveva 16 anni, ora ne ha 50, e non ha mai smesso un giorno di sperare per questo posto un futuro migliore. Ogni giorno deve lottare affinché si possa dare il minimo sostentamento, ma è una lotta impari contro la indifferenza di chi dovrebbe far qualcosa. Le famiglie residenti sono tutte locali con pochissime eccezioni. Quando arriva l’ora del pranzo una fila di individui si accalcano davanti una abitazione che funge da comedor: sono in fila a ritirare una zuppa con della pasta e tra le mani hanno tutti i tipi di contenitori come bacinelle, vaschette, secchi ed addirittura una plafoniera di un lampione.

Anche qui abbiamo il problema di sostanze, addirittura sembra che vi è una produzione, ma nessuno dice nulla ed il controllo delle autorità è inesistente. Domenica prossima in Argentina ci saranno le elezioni ed in molti sperano che potrebbe cambiare qualcosa, io dico che ci vorrebbe un miracolo.

19 ottobre

Oggi il trasferimento per Tarija, Bolivia, sarà kilometricamente importante e poi dobbiamo aggiungere il tempo in frontiera, inquantificabile. A parte alcuni tratti di strada in costruzione si marcia serenamente con un paesaggio che a mano a mano cambia, sempre più verde, sempre più coltivato ed anche la situazione della gente sembra migliore: lo scorgiamo dalle case, più curate e meglio costruite con giardini e recinzioni in ordine. La cosa che ricorre è la carenza del carburante, dobbiamo riprovare più volte per effettuare un pieno e così decidiamo di fare rifornimento come possibile, anche con pochi kilometri macinati. E quando nono troviamo la benzina non riusciamo a pagare con le carte ma vogliono “effettivo”. Vi dirò che visto il cambio corrente e quello che invece ci viene offerto dai gestori è senz’altro più conveniente l’effettivo.

Sono quasi le 13 e siamo alla dogana di Aguas Blancas, la stessa attraversata tre anni or sono. Sembra migliorata nella struttura ma il servizio è senz’altro peggiorato. Tre file distinte per immigrazione in uscita, poi in entrata e poi la dogana. E veniamo al controllo… la signora è molto cortese e dopo aver chiesto un po’ di volte cosa è questo e cosa è quello si è soffermata sull’attrezzatura tecnica e specificatamente sul compressone e gruppo elettrogeno. È nuovo, mi chiede. No è solo limpiato rispondo. Insomma anche qui hanno il timore che possiamo vendercelo durante la permanenza nel paese e così ce la caviamo con un altro timbro sulla stessa packing list redatta in Argentina. Totale del tempo due ore.

Attraversiamo finalmente il ponte che separa i due paesi e troviamo ad attenderci un drappello di colleghi che ci danno il benvenuto ed hanno il compito di accompagnarci fino a Tarija. Sono circa 200 km fino in città e la strada qui si fa complicata, ma non troppo. Saliamo fino a 2000 mslm smarcando una curva dopo l’altra. La vegetazione in questa parte di Bolivia è molto ricca e le vallate si estendono a perdita d’occhio. Proviamo a fare benzina un paio di volte, ma anche qui non troviamo carburante, ma fortunatamente riusciamo ad arrivare in città e nella piazza principale veniamo accolti dal capo della polizia che ci da il benvenuto con tanto di supporto da parte della stampa.

Dopo i saluti di rito veniamo accompagnati presso il vescovato dove, ospiti di Mons. Jorge, pernotteremo.

20 ottobre

Alle 10.00 colazione presso il comando generale di polizia, una occasione per presentare il team di MFP ai colleghi boliviani ed illustrare la terza edizione del programma “anonimi della fede”.

Nel pomeriggio visitiamo uno dei progetti che la chiesa cattolica sta seguendo da circa 12 anni che consiste nel recupero di ragazze/bambine di una età compresa dai 9 ai 18 anni. Sono ragazzine maltrattate in famiglia, o abusate in famiglia, o costrette alla prostituzione o ancora vittime della tratta di esseri umani e poi in qualche modo riscattate. Tre suore peruviane sono impegnate a dare una nuova vita a queste adolescenti: qui si possono dedicare allo studio, ad imparare le faccende domestiche, a vivere serenamente insieme ad altre persone in modo sereno e senza paure.

Anche in questa struttura il problema ricorrente è quello economico: ricevono una sovvenzione di circa 1 $ al giorno per persona e se non fosse per la chiesa e per la provvidenza, ci confessa la suorina, dovrebbero chiudere. Per andare avanti le piccole ospiti si dedicano anche al riciclo di plastica e carta in modo da poter contribuire alle spese del centro. Trascorriamo con queste ragazze alcune ore, prima facendo un po’ di geografia e poi insieme ci dedichiamo a fare il pane con tanto di impasto lievitazione cottura, ma ci dobbiamo arrendere, sono molto più brave che noi!!!

Ciononostante la situazione della Bolivia pare davvero migliore, e non di poco, paragonandola a quella dell’Argentina del nord. Quando al mattino siamo riusciti a fare benzina, capitolo a parte, abbiamo dovuto pagare in effettivo con un cambio poco di sopra a quello corrente.

Fare benzina in Bolivia: tre anni fa la benzina per lo straniero era facilmente reperibile ad un costo doppio di quello corrente. Oggi le cose sono diverse in quanto la maggior parte dei distributori non eroga a targhe straniere (le targhe boliviane sono inserite in un sistema ed hanno diritto ad un quantitativo di benzina giornaliero e se la targa, per ovvi motivi, non è registrata niente benzina) e quando trovi il benzinaio che invece può erogare la benzina la paghi più del doppio che in dollari equivarrebbe ad 1 e qualcosa.

21 Ottobre

Partiamo con il buon proposito di arrivare ad Uyuni per il tardo pomeriggio. Alle 7.30 siamo già fuori da questa caotica città, con strade strette ed 1 semaforo per ogni abitante. Si inizia la salita verso il primo passo, ma quando arriviamo a circa 3000 via radio Lisa mi comunica che il furgone non va. E cosa potrebbe mai essere, è andato benissimo fino ad oggi, anche in altitudine. Torniamo indietro e dopo aver dato una occhiata al motore a qualcuno viene in mente di controllare le ricevute del rifornimento e così scopriamo che ci hanno messo benzina invece del gasolio. Qui il gasolio è chiamato diesel mentre gasolio lascia libere interpretazioni. Inutile girarci intorno, prendo la pompa elettrica e comincio ad aspirare la benzina dal serbatoio. Nel frattempo i colleghi boliviani tornano in città a recuperare del diesel.

L’operazione dura circa due ore e quando rimettiamo in moto col diesel siamo tutti col fiato sospeso, avrà avuto danni???? Sembra di no, il cielo ci ha aiutato e riprendiamo la marcia. 

Saliamo fino a 4000 e poi altipiani uno dopo l’altro. I colori di questo paesaggio sono a decine e la vegetazione più o meno rigogliosa dipende dai fiumi che la attraversano. Poi ci sono i tratti sabbiosi, quelli aridi in un continuo di curve che salgono e scendono come le montagne russe.
Si aprono degli scenari giganti con le vallate che si perdono all’orizzonte. Una pioggerella ci costringe ad indossare le cerate ed a pochi km da Potosi notiamo a terra mucchi di grandine, indizio di una tormenta appena passata.

Facciamo per salire per Potosi quando i boliviani ci dicono di andare per un’altra strada. Credendo fosse una scorciatoia o una nuova strada ancora non segnata sui nostri GPS gli diamo ascolto, ma soltanto dopo circa 70 km ci rendiamo conto della follia: ci hanno riportato indietro verso Tarija per poi fare un’altra strada ed allungare il tragitto di circa 300 km e 6 ore. Naturalmente non riusciamo a terminare la tappa e siamo costretti a pernottare a Santiago di Cotagaita….vedete se riuscite a trovarla su Maps!

Sono furioso, un altro giorno perso e dopo diversi interrogativi sul perché di questa variazione mi viene risposto che da informazioni assunte c’era una bufera a Potosi. C’era, esatto, ma quando ci siamo arrivati noi c’era il sole.

22 Ottobre

Sloggiamo dalla pensione, pagando 6 dollari per ogni letto occupato, e prendiamo la via di Uyuni decisi di arrivare entro la tarda mattinata. Il panorama è sempre lo stesso, il deserto si alterna con la folta vegetazione e con una strada ricca di curve e tornanti da far girare la testa.

Pausa caffè, pausa benzina e finalmente siamo ad Uyuni. Ci riceve Juan Carlos, il parroco della città, e dopo una spaghettata italiana ci rechiamo al Salar. Grande quanto l’Umbria e profondo circa 2 km è il lago salato più grande del pianeta, più grande di quello turco e di quello dello Utah. È stato anche il punto d’arrivo della Parigi Dakar, e per questo ha al suo interno sculture di sale che lo ricordano.

Entriamo nel lago per circa 30 km, è incredibile, si viaggia sul sale come in autostrada e visitiamo diversi siti con delle sculture, sempre realizzate con il sale, a temi diversi.

Rientriamo ad Uyuni e per cena proviamo la carne di Lama: vi dirò, una brutta copia delle nostre famigerate coppiette. È una carne essiccata sotto sale e poi sfilacciata, ma il sapore è inconsistente. Meglio senz’altro la Quinoa, ma alla fine meglio cento volte i nostri spaghetti.

Padre Juan ci racconta un po’ della sua città, una economia basata soprattutto sul turismo e da poco anche sull’estrazione del litio: si devasta questo territorio paradisiaco per far si che in occidente possano circolare auto elettriche, ma quel che conta è essere green. Poi c’è anche l’agricoltura con la quinoa e le patate e poi c’è anche la coca…

23 Ottobre

Partiamo con la speranza di arrivare presto a La Paz, ma prima ancora di trovare sempre gasolinere disposte a darci il carburante. Poche curve ed infiniti rettilinei. Paesaggio sempre aperto con pascoli immensi e la solita alternanza tra coltivazioni e tappeti kilometrici di sabbia. Sempre e comunque Vigogna, Guanaco ed Emù, sono loro i veri padroni di questo territorio.

Attraversiamo diversi villaggi in queste zone perdute: sono per la maggior parte manufatti in cemento armato e mattoni con le pareti colorate in modo stravagante, ma ci sono anche interi villaggi abbandonati con vecchie case erette con paglia e fango ridotte a ruderi.

Filiamo come il vento fino ed al primo rifornimento troviamo solo diesel, la benzina l’avrà il distributore più avanti ci garantisce il tizio sorridente. Siamo tutti a riserva ed ecco la gasolinera e questa volta si fa tutti il pieno. Ancora avanti e all’orizzonte sul nostro itinerario il cielo si fa minaccioso.

La macchina dei colleghi che ci precede ad un certo punto prende per i campi, ma non ne capiamo il motivo, notiamo solo che sulla strada c’è una fila infinita di camion fermi. Sulla stradella che abbiamo preso troviamo qualche metro di tratto fangoso che attraversiamo con attenzione ma ciononostante Wolf va giù, ed è il primo down del viaggio. Naturalmente non si è fatto nulla ma è irriconoscibile dalla fanghiglia che ha indosso. Pensiamo bene di portarci presso un lavaggio per lavare “lui e la moto”, ed alla fine decidiamo di dare un colpo di lancia a tutte le moto, da quando siamo partiti abbiamo accumulato polvere sabbia e fango ed una sgrassata male non fa. Mentre alcuni ragazzi si occupano delle moto noi ne approfittiamo per mangiare qualcosa, siamo ad Oruro a soli 200 da La Paz.

Altri 100 km, il freddo diventa pungente e poco distante i nuvoloni non promettono nulla di buono. Indossiamo così le cerate e neanche dopo 1 km inizia a piovere a dirotto. Buoni 80 km d’acqua selvaggia, fino alle porte della capitale dove il cielo invece è sereno. Ci attende la polizia locale che ci fa la strada: a La Paz regna un caos inimmaginabile, peggio di qualunque altra cosa ricordi. Per fare circa 10 km impieghiamo un’ora e quando arriviamo davanti al garage della Caritas siamo distrutti.

Alloggiamo in due stanze con letti a castello e siamo in pieno centro.

24 Ottobre

Incontro presso l’ambasciata italiana e presenti le rappresentanze diplomatiche di Portogallo e Turchia e gli ufficiali della polizia boliviana che si stanno occupando dei nostri trasferimenti. È un momento irripetibile per raccontare il progetto “gli anonimi della fede” con la testimonianza di tutto il team.

La residenza dell’ambasciatore è a soli 9 km dal nostro alloggio, ma è come andare da Roma in Trentino. Il traffico a La Paz è una follia ed impossibile confrontarlo con qualunque altra città. Qui ci si muove anche con le teleferiche e per chi sceglie l’auto oppure i pullmini taxi deve affrontare code infinite su salite e discese vertiginose. Ne risentono anche le moto che si surriscaldano iniziando a girare in modo irregolare.

Alla tarde viene a farci visita Don Pablo, il rettore del Seminario San Jeronimo che ci ospitò nel 2020. Una persona piacevolissima che ci da il polso della situazione in Bolivia oggi, che è meglio del 2020 ma che può ancora progredire. Il problema principale è sempre la coca, molti giovani lasciano le loro case o smettono di studiare per andare a coltivarla: guadagno facile e sicuro ma non  così che può crescere l’economia di un paese.

25.26 ottobre

Dopo una giornata trascorsa all’interno della Caritas tra interviste e pianificazioni, oggi è in programma il meeting presso il Comando Generale della Polizia. Oltre al Capo della Polizia nazionale sono presenti l’ambasciatore italiano ed il Vescovo di La Paz, Mons. Percy.

Abbiamo la possibilità di proiettare il documentario dei venti anni di attività di MFP ed i primi short film del progetto che stiamo vivendo. Non servono parole, basta vedere i volti dei presenti per capire di come queste immagini riescono a scavare nell’animo umano.

Facciamo rientro agli alloggi e ci dedichiamo alla preparazione della tappa di domani, circa 500 km da La Paz ad Arica attraverso uno dei passi più alti del mondo, il Chungara Tombo Quemado a 4700. Non sarà una passeggiata, già ci preannunciano che in vetta il tempo è molto variabile e farà freddissimo. Una nota speciale, il console portoghese che avevamo conosciuto due giorni fa ha voluto omaggiarci di 100 litri di benzina. Un gesto molto apprezzato in quanto ci farà risparmiare tempo e soprattutto ci farà viaggiare sereni, senza l’incubo di “cherchez la benzina”, fino alla frontiera.

Siamo felici di lasciare la Bolivia, ma solo perché stiamo soffrendo molto. Questo paese è da prendere con calma e non con i nostri ritmi. Altitudine e cambiamento repentino delle temperature non sono proprio il massimo per chi viaggia in moto senza parlare del traffico. Tra La Paz ed El Alto è una situazione che non credo abbiamo rimedio, in una città dove ci si sposta in funivia.

Essere donna in Bolivia: come in tanti altri paesi del mondo le donne qui giocano un ruolo fondamentale. Le donne sono al lavoro ovunque, nei campi, nei mercati ed in tutte le attività commerciali.  Minute e vestite con l’abito tradizionale le vedi nei campi lavorare la terra, governare il bestiame e trasportare sulle loro spalle grossi sacchi in aree desolate degli altipiani. Sono inarrestabili e quando hai l’opportunità di vederle da vicino non puoi non notare le loro mani rovinate dai lavori manuali e dal freddo e la pelle del loro viso consumato dal sole. E gli uomini?

27.28 ottobre

È il D-Day. Una vita per uscire da La Paz con una marmellata di vetture che si intrecciano, su El Alto, come mai visto. Ma siamo sulla direttrice per Patacamaya e prendiamo il bivio per la frontiera di Tambo Quemado. Il panorama si fa più desertico del solito fino a tagliare montagne di sabbia. Fino a poco prima il terreno era rigoglioso con migliaia di Vigogne che pascolavano tranquille, Emù e Guanaco, ma ora si fa tutto più estremo.

Si comincia a salire di alcune centinaia di metri e da lontano svetta la cordigliera delle Ande con i suoi 5000 innevati. Siamo ai piedi del Parinacota, un vulcano andino che insieme ad altri fa da cornice al lago Chungarà a circa 4600 mslm. A circa 4700 siamo in frontiera, col fiato corto ma felici per aver rispettato i tempi. Ci attendono i Carabineros che ci indirizzano ai vari sportelli per uscire dalla Bolivia ed entrare in Cile. Dal 2007 hanno unificato le dogane ed ora c’è un valzer di file da seguire con una scheda di timbri da riempire. A chi sfugge un timbro deve rifare la fila e dopo un controllo degli chassis e di qualche valigia da parte dell’attenta dogana possiamo entrare nel paese.

I Carabineros ci offrono un caffè al primo posto di polizia da dove possiamo godere di un panorama pazzesco. Il lago Chungarà con i suoi Flamingos e tanti altri pennuti che svolazzano senza pensieri su quelle acque cristalline.

Inizia la discesa verso Arica, ancora deserto con qualche piccolo tratto di vegetazione dove troviamo ancora Vigogne. Giunti a 3700 osserviamo una sosta di sicurezza per evitare di scendere troppo velocemente. Questo tratto di circa di 200 km è ancora più arido, le montagne sono sabbiose e solo a mezza costa ritroviamo una folta vegetazione per poi tornare al deserto che avvolge l’intero centro di Arica. Ma siamo al mare e respiriamo la favolosa brezza che spira dal Pacifico. 

Prendiamo posto in una foresteria tra il Morro ed il mare e trascorriamo una notte in tranquillità.
Al primo mattino abbiamo un incontro con il Vescovo che ci accompagna presso una casa famiglia condotta da un frate Scalabriniano di nazionalità brasiliana. Un esempio di accoglienza per immigrati che provengono soprattutto dal Venezuela e Colombia. Nella “casa” ci si occupa del benessere degli ospiti a 360° e troviamo un ambiente pulito e confortevole dove queste persone hanno trovato un riparo sicuro.  

La visita al Morro è d’obbligo: si chiama così perché è il punto più alto della città da dove ammirare l’intera baia. Qui abbiamo un Cristo Redentore, la bandiera del Cile ed un interessante Museo Militare.

Da qui si vede anche il porto commerciale, da dove i nostri mezzi sono rientrati in Italia dopo la pandemia. Ancora ricordo quei giorni convulsi, un momento della nostra vita che mai dimenticheremo.

29.30 ottobre

Un giorno di riposo impiegato a pianificare e riordinare attività e cose.

Immersi nel deserto, quello vero. Da Arica a Iquique ci sono poco più di 300 km di deserto su un altipiano che supera di poco i 1000. La strada che percorriamo è scavata sui costoni delle montagne, roccia e sabbia, che formano una linea di continuità da un massiccio all’altro. È la Precordigliera che disegna la geografia di tutta l’area. In basso canaloni e grandi canyon, formati con chissà quanti migliaia di anni dalle piogge e dal vento.
Bisogna guidare con attenzione, i frequenti terremoti provocano continue frane e non è difficile trovarti sulla strada montagnole di terra o sassi grandi come automobili.

Il panorama è meraviglioso anche se arido con qualche strato di verde a ridosso del rio. Ci fermiamo per un caffè in un Mirador a 1400 mslm e Gabriele ne approfitta per far volare il drone, le riprese sono entusiasmanti.

Entriamo nella piccola penisola dove affaccia Iquique ed iniziamo a scendere verso il mare: dall’alto è come una cartolina, Iquique con i suoi grattacieli ed i suoi edifici colorati è incastonata tra il Pacifico ed il deserto, con una duna gigantesca a forma di dragone che è il simbolo della città.

Ci sistemiamo in una “casa di ritiro” e con i referenti della diocesi organizziamo il lavoro per l’indomani.

31 ottobre

Il primo impegno è con il Vescovo della diocesi, Isauro Covili Linfati, di origini italiane e poi subito su a Alto Hospicio, la parte alta di Iquique o se vogliamo la periferia.

Visitiamo un comedor dove troviamo alcune donne del quartiere che ci raccontano la loro storia. Hanno iniziato da qualche anno a servire pasti caldi a chi ne aveva bisogno, come evento sporadico, ma poi si sono rese conto che la loro iniziativa poteva dare un contributo importante per chi non “aveva da mangiare” e allora, con l’aiuto della chiesa locale, hanno iniziato a strutturare la loro attività, tanto da aprire altri 8 centri ed a servire pasti quasi tutti i giorni della settimana. Dico quasi perché il servizio funziona anche in base alle disponibilità ed alle donazioni.

Poco distante troviamo invece il “Ruvio”, un doposcuola per bambini meno abbienti, organizzato per farli studiare, giocare ma soprattutto per tenerli lontani dalla strada e dalle cattive tentazioni. Volontari cattolici e professionisti si dedicano a loro tutti i giorni della settimana, ma anche in questo caso la struttura è piccola e le richieste d’aiuto moltissime.

01 novembre

Chiu Chiu è la nostra destinazione. Sono più di 400 km da Iquique e prendiamo la via del deserto e non la costa. Wolf ha espresso il desiderio di visitare una miniera di salnitro posta lungo l’itinerario. La miniera, patrimonio UNESCO, è un sito chiuso da circa 100 anni e conserva la struttura in maniera eccellente.

Continuiamo a percorrere la Panamericana, la 5 N, che taglia questo infinito deserto di roccia. Dal freddo al caldo in pochissime ore, è necessario fermarsi per alleggerirsi. Ancora km fino a Quilloga dove sostiamo per un po’ a causa di un check point doganale dove mettono altri timbri sui timbri che già avevamo.

Ma siamo quasi a secco ed il prossimo benzinaio il GPS lo dà a più di 100 km località Maria Elena. Rabbocchiamo i serbatoi delle moto con la riserva di gasolina e speriamo che al prossimo rifornimento ci sia la benzina. Incrocio con Calama, ma noi tiriamo dritti per far benzina ed a Maria Elena finalmente possiamo rilassarci, il carburante c’è. Riempiamo tutte le taniche e ne compriamo un’altra, non si sa mai in questo deserto infinito.

Sulla via notiamo diverse miniere di salnitro, oramai chiuse da anni ed a tal proposito racconto: gli inglesi nel secolo scorso venivano fin quaggiù a prendere il salnitro ma arrivavano con delle navi che stabilizzavano con del legno di pino, perché vuote. Il legno veniva poi scaricato a terra per far posto al salnitro. Il legname è stato utilizzato per anni dalla popolazione locale per costruire interi quartieri ed anche la chiesa di Iquique è costruita interamente in legno di pino inglese. 

Torniamo indietro per Calama ed al bivio tiriamo su a dx per un salitone di circa 40 km che da 1000 mslm ci porterà a quota 3000. I motori si surriscaldano e stiamo salendo con moderazione per evitare lo sbalzo repentino di quota.

Scavalcato il passo ci si apre davanti un mondo fatto di deserto da un lato e Precordigliera con dei picchi altissimi dall’altra parte. L’asfalto corre dritto con sali e scendi che sembrano non voler terminare, ma ecco Calama. Qui saltiamo sicuramente un incrocio e ci troviamo di nuovo in pieno deserto con il GPS che si è impallato. Verifichiamo più volte la nostra posizione, siamo fuori rotta e forse uno sterrato ci potrebbe riportare sulla giusta via. Lo imbocchiamo non senza riserva ed allungando qualche km riusciamo finalmente ad arrivare a Chiu Chiu.

Questo è un posto fuori dal mondo. Ci accoglie Padre David che ci racconta un po’ la storia di questo piccolo pueblo di 2000 persone. Sono di etnia Atacamegna e le loro tradizioni vengono custodite gelosamente. Nella piccola piazza spicca la chiesa, un gioiello del 1500 e forse il primo tempio cristiano in Cile. C’è una atmosfera particolare e sembra quasi di rivivere un film di Zorro.

02 novembre

Caritas di Calama, Elisabeth la coordinatrice. I progetti che chiesa e Caritas hanno in questa città sono diversi. Assistenza anziani, assistenza agli immigrati, assistenza e recupero per chi ha fatto uso di alcool e droghe. In tutte le circostanze la chiesa ha un ruolo fondamentale, anche qui in pieno deserto.

Ai margini della città sorge un’altra città di invisibili. Come abbiamo visto in altre occasioni immigrati e non urbanizzano intere aeree “di nessuno” e le vivono anche in condizioni molto difficili. Baraccopoli che raccolgono circa 10.000 persone, non hanno acqua e luce, servizi igienici e comunque queste persone sono qui perché fuggono da una vita peggiore che questa.

Sono in massima parte venezuelani, poi colombiani, e boliviani e poi di Cuba e di tante altre aeree geografiche. Si adattano a tutto, sono lavoratori anche se non mancano episodi di criminalità comune legata quasi sempre al consumo di droghe.

Una cosa che mi sento ripetere è che l’immigrato “più difficile” è il venezuelano, forse perché legato troppo alle sue tradizioni e poi perché forse troppo “maciste”, così viene definito quella persona che maltratta la propria compagna ed i propri figli.

Il lavoro di questi volontari è costante e sono sempre alla ricerca di nuove iniziative per migliorare le condizioni dei loro assistiti. 

03.04 novembre

Chiu Chiu per San Pedro de Atacama. Non sono molti km e la strada è sempre la stessa, deserto ed ancora deserto con delle vallate che aprono degli spazi immensi. Saliamo a più di 3500 per poi scendere, in prossimità di San Pedro, a 2500. Il villaggio, così potrei definirlo, conta 60000 abitanti ed una marea di turisti ed è ubicato su una piana protetta dalla Cordigliera. Strade bianche e gran polverone, per questo è simile a Chiu Chiu ed a tutti gli altri villaggi disseminati sull’altipiano.

Prendiamo degli alloggi a due passi dal centro e per cena utilizziamo la cucina della Comisaria.

L’escursione che abbiamo prenotato per oggi prevede la sveglia alle 4 con partenza alle 5. Direzione per i geyser in alta quota, a 4300, in piena Cordigliera su un altipiano che talmente esteso che è condiviso da Bolivia e Argentina.

Da San Pedro dista circa 100 km ed impieghiamo due ore tra mille curve e fuoripista. L’autista del pullmino conduce il mezzo in modo alquanto spericolato ed al buio infila delle piste a tutta velocità. Conoscerà sicuramene la strada ma in un paio di occasioni ho temuto. Giunti sull’altipiano comincia a fare giorno e ci rendiamo conto che in questi spazi immensi arrivano da varie direzioni, quindi da varie piste, decine di pullmini e fuoristrada e tutti a gran velocità come fosse una gara a chi arriva prima.

Indenni entriamo nell’area parco dove si possono ammirare i vari tipi di geyser. Questa zona si è creata circa 10000 anni fa e da allora le bocche di vapore sono triplicate. Il magma, a due km giù, riscalda le correnti d’acqua che in superficie diventano vapore oppure generano sorgenti di acqua caldissima. C’è anche una produzione di energia geotermica che viene venduta alle miniere che lavorano in quest’area.

I geyser possono essere pericolosi e per questo hanno una superficie delimitata. Uno di essi, denominato “il mostro”, ha ingoiato 4 persone in epoche diverse e quindi bisogna prestare la massima attenzione.

Colazione picnic sempre organizzata dal “pilota” del pullmino ed iniziamo a ridiscendere verso San Pedro. Lungo il percorso ci fermiamo due volte, la prima per ammirare i Flamingos e la seconda per il Rio ed il Vulcano Putana. Il nome di questi, Rio Putana e Vulcano Putana, sembra abbia una radice imbarazzante anche se il loro vero nome geografico è altro. Si racconta che all’inizio del novecento sugli altipiani erano presenti alcune miniere estrattive. Molti uomini dunque vi si avvicendavano giorno e notte. Forse per questo motivo, sempre nei paraggi, esercitavano la loro professione alcune signorine con l’intento di alleviare la fatica dei minatori. La moglie di un minatore, sempre la storia racconta, scoprì che il marito aveva una preferenza particolare per una di queste signorine e così decise di procurarsi una pistola ed andare a cercarla. Arrivata in vetta la soprese proprio alle pendici del vulcano e nei pressi del rio. Così le scaricò la rivoltella addosso e getto il suo corpo nel fiume. Da quel giorno il fiume inizio a chiamarsi “il rio dove è stata gettata la putana”, il vulcano divento il vulcano dove è stata uccisa la putana e così via fino ai giorni nostri con Rio Putana e Vulcano Putana, come recitano tutti i cartelli stradali. Ovviamente questa è una storia che però sembra avere dei riferimenti qualificati.

Il nostro pilota ci svela altre curiosità sulla fauna del posto: i Flamingos campano ad esempio fino a 45 anni, pesano circa 3 kg, depongono un solo uovo ogni anno e sono monogami fino alla nascita dei piccoli, dopodiché cambiano compagno/a. Le Vigogne hanno una caratteristica quasi uguale ai Flamingos: le femmine quando sono in attesa sono assistite dal compagno fino al parto e quando i propri nati raggiungono un anno e mezzo di età vengono allontanati dalla famiglia affinché ne creino una propria. 

Finalmente scendiamo dal pullmino e la temperatura, che in vetta era – 10, ora è più 30.

05 novembre

Torniamo di nuovo sulla strada per Calama e poi iniziamo a scendere verso il mare. Dai 3500 iniziamo il conto alla rovescia e finalmente torniamo a respirare. Il paesaggio non cambia, deserto + deserto, ma con dei colori che variano a seconda della luce del sole. Ripeto che vivere qui non deve essere affatto facile: le temperature hanno un’escursione anche di 30 gradi, si lavora prevalentemente in miniera (ce ne sono a decine disseminate sull’altipiano) e tutte le cose più semplici della vita qui diventano complesse.

Le moto come si scende sotto i 2000 iniziano a rispondere in modo efficiente, anche loro risentono dell’altitudine. Ma che moto abbiamo? Io ho preso una Transalp 700 poche settimane prima di partire. Dopo l’esperienza del 2020 non ho voluto rischiare la moto nuova e così ho deciso per un marchio affidabile ed un modello ultra collaudato. Celes con la Transalp ci ha girato con noi il mondo ed ho pensato “perché no”. Pienamente soddisfatto, nessun intoppo, ma per me è troppo piccola, se avessimo dovuto fare sterrati consistenti sarebbe stato problematico, in piedi è quasi impossibile starci. Mehmet ha scelto un marchio cinese, una Voge 300 che sta sbalordendo tutti. Anche se piccola di cilindrata regge i 100/110 senza difficoltà, consuma la metà delle altre e non lamenta alcun difetto. Poi c’è Susy con una vecchia Suzuki VStrom 650, marchio più che affidabile ed a parte qualche collegamento luci che è saltato per il resto ok. Al 4° posto troviamo Wolf con la GS 1250, e che gli vuoi dire??? Magari solo che nel fango è stato l’unico a cadere….. Josè viaggia con un altro modello storico Honda, la NCX 750, consumi bassi e silenziosissima, ma anche in questo caso uno sterrato motivato l’avrebbe messa in crisi. Per ultimo abbiamo Egidio con la Benelli TRK 502X, ottimo rapporto qualità prezzo ma forse con troppe vibrazioni, ha perso solo un paio di bulloni ma siamo ancora a metà strada. E l’Iveco?? Va alla grande e quando per errore è stato rifornito con la benzina non ci ha pensato un attimo a ripartire col gasolio. Ma anche in questo caso è un mezzo che mal digerisce lo sterrato, a tal punto che stiamo pensando, dopo 22 anni, di sostituirlo.

Dalla 23 di Calama prendiamo la 25 per Antofagasta ma circa 30 km prima giriamo per la 400 che ci fa allungare di 40 km. Non chiediamo spiegazioni ai colleghi che ci accompagnano, avranno avuto senz’altro un motivo plausibile.

Entriamo in città da nord lungo la Panamericana: Antofagasta si sviluppa lungo il mare mentre da est è protetta dalla Precordigliera. Grattacieli, negozi, lungomare curato, ma ogni città ha la sua Toma ed anche qui troviamo un insediamento enorme alle pendici delle montagne che si estende per alcuni km. Nunes, il collega che ci è venuto a rilevare, ci spiega che in questa terra di nessuno sono concentrati migliaia di immigrati di diverse nazionalità che vivono come possono. 

6.7 novembre

Antofagasta a Copiapò. Il ritornello è sempre lo stesso, deserto su deserto. Bisogna coprirsi bene, anche nelle ore di punta in moto fa freddo e quando siamo a terra, come il sole va giù le temperature calano bruscamente di parecchio. Copiapò a differenza delle altre città rimane nel deserto e quindi le manca il respiro dell’oceano. È una bella tirata, quasi 600 km, ma siamo stati bravi ed arriviamo alla metà del pomeriggio. Anche nella tratta che abbiamo attraversato sono frequenti le miniere, segnalate come siti importanti e sicuramente sono una risorsa fondamentale per il paese. 

Meno km per arrivare a La Serena, questa volta di nuovo sul mare. È interessante notare come il vento freddo dell’oceano penetra sulla terraferma, lo senti già quando sei a 100 km dalla costa. 

08.09 novembre

Due giorni a La Serena. Ci colpiscono due strutture gestite da suore: la prima ospita anziani e la seconda bambini abbandonati.

Come in altri esempi lo stato sovvenziona in modo insufficiente entrambe le condizioni, e sono le hermane che pensano a far quadrare i conti. La casa di riposo è superorganizzata e gli 80 ospiti possono vivere in modo sereno assistiti da personale specializzato. Ma quello che trovano in più in questa casa è l’amore. Anche questi anziani sono per la maggior parte senza famiglia oppure abbandonati e questa è la condizione che li fa maggiormente soffrire.

La casa che ospita i bimbi si trova a Coquimbo. Questo grande quartiere fa parte sempre de La Serena città ma si trova nella parte sud. Colpito più volte da terremoto e tsunami ha costretto le suore a spostarsi nella parte alta del cerro dove hanno ricostruito la loro struttura. Qui troviamo 8 bambini tolti ai genitori dall’autorità giudiziaria per incapacità, famiglie dove era di casa la droga, l’alcool o dove le madri si prostituivano. Qui ci colpisce una bimba di pochi mesi la cui madre faceva uso di un nuovo tipo di droga sintetica: gli operatori hanno purtroppo constatato che la bambina ha dei deficit, ma considerato che non hanno mai avuto a che fare con questo tipo di droga non sanno nei prossimi mesi quali patologie questa creatura potrà sviluppare. Adiacente a questa casa si trova una scuola che ospita circa 300 bambini sempre gestita dalle suore dell’ordine francescano. Sono ragazzini di famiglie meno abbienti che qui hanno la possibilità di studiare gratuitamente e di consumare la colazione ed il pranzo.

Anche a La Serena si conferma di grande importanza, o come dicono qui “superimportante”, l’aiuto che i missionari ed i volontari cattolici offrono a chi ha bisogno.

10.11.12 novembre

Piove, qui non è frequente ma oggi piove. E fa freddo. Stiamo soffrendo il freddo da quando siamo entrati in Bolivia e credo che ce lo porteremo fino in Argentina.

Con due strade siamo di nuovo sulla Panamericana, la 5, e lentamente ci portiamo verso sud. La strada è resa scivolosa dall’acqua ed il vento del Pacifico fa il resto. Il paesaggio però cambia ed inizia ad essere un po’ più verde. Stamattina abbiamo anche la nebbia, tanto per non farci mancare nulla. La 5 è migliorata e di molto dall’ultima volta che l’ho percorsa nel 2007 e le due corsie per ogni senso di marcia la rendono meno antipatica.

Colpi continui di vento dal mare ci costringono a ridurre la velocità ma a metà strada sembra migliorare. Riprendiamo dopo lo stop per il pranzo e verso le 17.00 siamo a Santiago. Alloggiamo dalla PDI, polizia di investigazione, un ambiente confortevole e soprattutto riscaldato.

Primo impegno del giorno a Puente Alto, dove visitiamo un centro di accoglienza di immigrati: qui i volontari cattolici sono organizzatissimi ed offrono a chi ha bisogno una struttura che li aiuta “a rimettersi in piedi”. Molteplici servizi ed assistenza, ed anche in questa occasione si fa distinzione tra immigrati più o meno disponibili. Sempre a Puente Alto troviamo una diocesi della confraternita di San Carlo Borromeo che è impegnata a togliere i ragazzi dalla strada. Li attirano in parrocchia con tante attività soprattutto ludiche, fanciulli sottratti alla strada, perché la strada questi ragazzi “se li mangia”. La droga è al primo posto, e qui hanno una droga pericolosissima denominata “pasta base”, economica (fatta con gli scarti della cocaina) ma devastante in pochi mesi. Dalla droga si passa ai furti e poi alle rapine, una discesa verso il baratro.

La criminalità in Cile è aumentata a dismisura in poco tempo: l’immigrazione violenta, cioè fatta di persone che si sono trasferite in questo paese con l’unico intento di delinquere, ha portato fenomeni sconosciuti come i sequestri di persona. Vengono presi di mira anche personaggi che hanno la scorta armata ed ogni sequestro può valere anche 100.000 $. Le rapine sono sempre più frequenti ma quello che più colpisce è la violenza con cui vengono perpetrati questi crimini.

Il nostro soggiorno in Santiago termina con un incontro in ambasciata dove alla presenza dei rappresentanti dell’esercito e delle FFPP locali ed agli ambasciatori di Turchia e Portogallo viene celebrato il 4 novembre, data in cui ricordiamo l’unità nazionale e l’impegno ed il sacrifico delle forze armate italiane.

13.14 novembre

È il giorno del temuto Paso del Libertadores, chiamato anche Paso del Cristo Redentor. Ci hanno terrorizzato sulle problematiche che può dare scavalcare questo passo e partiamo cauti.

Per fortuna oggi il cielo è azzurro, ed anche se fa un bel po’ freddo speriamo al meglio. Dopo circa 160 km siamo ai piedi della Cordigliera, che vista di fronte fa spavento. Le cime sono tutte innevate e cominciamo a salire in quota in modo graduale. Davanti a noi una fila interminabile di TIR che vanno ad 1 ed è anche impossibile sorpassare. A circa 1800 inizia il Caracol, il valzer dei 30 tornanti necessari per salire sull’altipiano. Quello che doveva essere il punto peggiore si rivela invece una passeggiata con dei tornanti ampissimi che potrebbe fare anche il compare Antoniuccio e la giornata è meravigliosa, fredda ma bella. Il problema di questo passo è il maltempo, nelle due settimane passate è stato chiuso per ben due volte, ma oggi siamo fortunati.

Attraversiamo il tunnel che fora la Cordigliera e siamo in Argentina, qui iniziamo a temere. Purtroppo la dogana di questo paese si è sempre distinta, ed oggi non sappiamo cosa aspettarci. Dai 3200 iniziamo a scendere un po’ e dopo circa 15 km ecco l’enorme complesso integrato dogana ed immigrazione Cile- Argentina. La struttura è al coperto ed all’interno vige il caos totale. Nessuno sa cosa si deve fare come, e per completare gli addetti sono agitati. La cortesia non è qui di casa. 

Passo 1, passo 2 e passo 3, ci mettiamo un po’ ma il controllo è solo documentale, nessuno ci viene a chiedere cosa portiamo, nessuno chiede il controllo dei bagagli, possiamo andare. Iniziamo a scendere con l’Aconcagua, la vetta più alta delle Ande con i suoi quasi 7000m, che ci guarda dall’alto verso il basso. Ci infiliamo in un canalone della Precordigliera con un vento molto forte che ci fa faticare soprattutto nelle curve. Altri 20 km e siamo al primo controllo della Gendarmeria che ci ritira il tagliando rilasciato in dogana e ferma Gabriele per un controllo del furgone. Ci siamo, penso io, ed ho indovinato. Noi eravamo adelante e visto che il Van non si muoveva torniamo de tras di 100 metri a vedere cosa c’è che non va’. Ora ridete, perché sembra che sul documento rilasciato dalla dogana c’è scritto che a bordo del furgone abbiamo un fucile, che in spagnolo si chiama escopeta, più o meno.

Rimango allibito e cerco di spiegare che ci deve essere uno sbaglio. Il Gendarme però, che sa tutto, mi sventola sul viso quel foglio e, convinto di aver beccato dei malfattori, inviata i superiori a perquisire in modo esemplare il furgone alla ricerca dell’arma. Non sappiamo se ridere o piangere, la situazione non è delle migliori e non posso neanche chiamare il nostro referente a Buenos Aires in quanto qui non c’è linea.

Iniziano così a spostare pacchi e scatole, ma a parte di qualche mutanda, biscotti, pasta e pelati (non necessariamente in questo ordine) ci lasciano andare in quanto convinti anche loro, ma proprio alla fine, che trattasi di un errore. 

Continuiamo la discesa verso Mendoza e sui 1400, quasi 1500, ci dobbiamo fermare per alleggerire il nostro abbigliamento, qui inizia il gran caldo. Seguiamo il canalone della Precordigliera per più di 100 km ed è come seguire una delle valli delle Dolomiti, incantevole. Il Rio Mendoza ci accompagna prima a dx e poi a sx e rimane con noi fino a fine tappa. 

Alloggiamo a Bermajo presso un Seminario e qui scopriamo l’Arcano. Chiedo a Gabriele di farmi vedere quel documento rilasciato in dogana per controllarlo bene e comunque cercare una soluzione. Poi lo confronto con il mio e mi accorgo….che anche io ho una escopeta caricata sul mio bagaglio, ma non è proprio così. Quel Gendarme “so tutto io” ha scambiato una lista di oggetti standard a cui la dogana assegna un “codigo” alla lista di oggetti che noi avevamo realmente a seguito. Ma si può????

Al mattino con i responsabili di Caritas visitiamo alcune situazioni dove viene dato sostegno a chi ha bisogno. In un barrio la Chiesa attraverso Caritas aiuta a ricostruire delle case che l’inondazione ed il vento hanno danneggiato; in una parrocchia il sacerdote avvia alla professione di sartoria uomini e donne che hanno intenzione di migliorare la propria situazione; comedor in un altro barrio a sostegno di chi non ha da mangiare e tre progetti dedicati a togliere i bambini dalla strada. Tutte iniziative che la chiesa e Caritas portano aventi grazie anche ai volontari cattolici che donano al prossimo il loro impegno.

15 novembre

Scendiamo verso sud ed entriamo nella Patagonia. La tappa per Malargue è poco più di 300 km, ma l’incognita è se troveremo dello sterrato oppure no. La ruta “ripio” della 40 non è affatto facile, nel 2020 Celestino cià rimesso un polso, Norbert quasi un occhio ed Isabella si è fratturata la clavicola. I colleghi che ci accompagnano per il primo tratto ci rassicurano che la 40 qui è tutta nuova, come gli altri che ci rilevano a metà strada, infatti il problema non sarà il ripio ma il vento.

Costeggiamo la Cordigliera e Precordigliera per 300 km. La prima spicca sulla seconda anche se è alle sue spalle ed è completamente innevata. Il vento ci attacca a metà strada con una energia tale che ci sbatte da un lato all’altro della strada: facciamo molto fatica a tenere le moto ed un paio di volte siamo costretti a fermarci per le raffiche troppo violente. Siamo sempre sui 1500 e quest’altipiano senza fine e senza ostacoli favorisce la velocità del vento.

Arriviamo finalmente a Malargue. Salutando i colleghi che ci hanno fatto strada apprendiamo che la tappa di domani per Zapala, di circa 600 km, ha sicuramente un tratto in fuoristrada e da metà mattina le previsioni danno vento molto forte!!!

16.17 novembre

Partiamo alle 8.30. Dall’ostello da 5 $ a persona si vedono nettamente le cime innevate della cordigliera. Non sembra ci sia molto vento, infatti percorriamo rapidamente i primi 80 km. Al limite regionale i colleghi ci salutano e proseguiamo direzione Zapala. I primi tratti di fuoristrada, ma sono brevi, asfalto e poi bianca si alternano per 10 km ma poi il cartello “fine pavimento” ci avvisa che stiamo entrando nel tratto sterrato.

Sassi e sabbia per 90 km. Non è difficilissimo, ma neanche troppo facile. Il problema è quando si transita sulle pietraie, qui bisogna fare attenzione. Abbiamo una fretta relativa e ce la prendiamo comoda, soste per bere e per fare delle foto.

Ma più si va avanti e più si fa pesante, non si vede mai la fine di questo off-road, anche perché nessuno sa dare indicazioni certe. Susanna ad un certo punto non ce la fa più e lascia la moto a Gabriele, mentre lei si mette alla guida del furgone. Gli ultimi 20 km sono di tole ondulèe, quella che ti smonta la moto e ti fa cadere le capsule dei denti. Si affronta a velocità, le conseguenze le vedremo alla fine.

Inizia l’asfalto, finalmente, e ci fermiamo per controllare i danni. A me è scoppiato un paraolio della forcella, Egidio ha perso una valigia laterale, poi recuperata da chi viaggiava nel furgone, ed il furgone ha rotto il radiatore del condizionatore e perso una connessione elettrica, si è spaccato il convogliatore dell’aria e si sono rotte delle plastiche a protezione dei passaruote. Ma funziona, e così dopo aver sistemato alla meglio le cose proseguiamo.

Altri 100 km spediti, ma poi arriva il vento.  Quando saliamo in quota diventa ingestibile e pericoloso, siamo sul baratro più di una volta e giunti a Chos Malal, dove effettuiamo il rifornimento, decidiamo di fermarci. Da Zapala ci comunicano che l’allerta meteo è seria ed i venti superano con raffiche i 120 km/h.

Non vogliamo rischiare e troviamo riparo nel seminario salesiano. Pianifichiamo la partenza per l’indomani, ma un poliziotto della zona ci comunica che proprio per domani c’è l’allerta arancio, quindi più di oggi che era gialla. Sono sospese tutte le attività all’aperto, ci informa, e la protezione civile sconsiglia di mettersi in viaggio. Per Zapala ancora peggio perché in altitudine. Ci arrendiamo, domani ci riposeremo qui e per sabato tireremo dritti per Choele Choel, cancellata la tappa per Zapala.

18.19 novembre

Appena fuori il centro abitato il vento ha buttato a terra un cartello stradale che era fissato a due fusti di metallo alti 1,50 riempiti con il cemento. Il vento è costante senza troppe rafagas e iniziamo la nostra corsa verso sud. La 40 ci porta a Zapala, la città che più ci preoccupa in quanto la più ventosa, ma quando la attraversiamo sentiamo soltanto un gran freddo, siamo a più di mille e ci sono 6 gradi.

Da li viriamo ad est e tutto cambia, abbiamo il vento alle spalle e questo ci da più sicurezza e soprattutto stabilità. Con una buona media e con poche soste raggiungiamo Chimpay. In questa aerea la geografia cambia e la Cordigliera lascia il posto alla pampa “sconfinata”.

Ci ospita il parroco del piccolo pueblo, ci sistemiamo in un ampio salone con i materassini a terra e ricambiamo la cortesia con una rivisitazione delle penne alla norcina.
8.30 e di nuovo sulla 22 direzione est. Anche qui vento alle spalle, anche se il meteo è in via di miglioramento, e dopo i primi 40 km ci attende un rettilineo lungo 170. Il vento ha spazzato le nuvole e fa’ quasi caldo.

Ultimo stop rifornimento a pochi km da Bahia Blanca, e qui sentiamo nettamente l’aria del mare ed il sole si fa più insistente. Pochi minuti per parcheggiare le moto e prendere le camere del piccolo ostello e siamo già a passeggiare in ciabatte e t-shirt.

20.21 novembre

Una giornata intera in attesa del nulla. A Bahia Blanca facciamo un buco nell’acqua, complice le elezioni e la festa della Sovranità Nazionale. Ha vinto MIlei ed il paese è in festa, anche se ho sentito spesso giudizi non bellissimi di entrambi i candidati.

Per Mar del Plata la 3 N, che non è in buonissime condizioni a differenza di quanto abbiamo visto fino ad oggi. La pampa lascia il posto a km di terreno coltivato e fattorie con migliaia di bovini che pascolano liberi. I km sono 470 e questa volta il vento che becchiamo è dell’Atlantico. 

Neanche 6 ore e siamo in centro. Mar del Plata credo sia une delle città più belle dell’Argentina, anzi del Sudamerica. La temperatura è quasi estiva ed il lungomare emozionante, ricorda molto Montevideo che però affaccia sul Rio della Plata.

22.23.24.25 novembre

Il primo giorno è di totale relax. Siamo finalmente ospiti in un vero hotel, con letti veri ed un vero bagno che non devo condividere con nessuno. Dobbiamo iniziare a pianificare il ritorno in Uruguay e per questo dobbiamo fare biglietteria per il ferry che ci porterà da Puerto Madero (Baires) a Colonia (Uruguay). La tratta non costa pochissimo e bisogna fare un po’ di ricerca per far quadrare i conti. Alla fine troviamo una ottima soluzione a 68000 ars a testa, che non è moltissimo.

Hogar de Maria. Una struttura dove vengono accolti bambini, e ragazzi, abbandonati dalle famiglie. Queste anime hanno dei gravissimi handicap, ma qui vengono ricevuti con tantissimo amore e questo Hogar diventa la loro casa. Economicamente il centro vive grazie ad un minimo sostegno da parte delle istituzioni, ma a tutto il resto ci pensa la provvidenza: donazioni di enti privati, persone e l’impegno di alcuni volontari rende meno dura la vita di questi piccoli.

Altro giorno di riposo. Qui la temperatura è buona ma durante il giorno caldo e freddo si alternano in base a come soffia il vento. Non è raro vedere persone che girano in canottiera che si incrociano con persone che indossano il piumino. Qui l’estate dura pochissimo, poco più di un mese, e per questo motivo quando c’è una giornata di sole tutti si precipitano in spiaggia, a prescindere dalla temperatura.

Buenos Aires. Ci siamo, penultima tappa di questo giro infinito. Saliamo con la 2N, una strada tutta dritta a scorrimento veloce che ci porta a nord per più di 400 km. Il verde cambia ancora, soltanto pascoli con migliaia di mucche, un esercito di mucche. Libere di pascolare in queste immense fattorie grandi come città. E a tal proposito una curiosità: questa mattina in TV ho assistito ad una televendita/asta molto particolare, altro che il nostro Mastrota con i materassi, qui in TV vendono le mucche all’asta online!!!! Prima ti spiegano il dettaglio della mandria o dei capi, quindi peso età e razza, e poi aprono l’asta al miglior offerente. Mi chiedo se poi c’è il corriere che te le porta a casa….

Ci accoglie il Seminario Metropolitano, un edifico a parecchie quadre dal centro ma ubicato in un quartiere sicuro, perché qui la priorità è proprio la sicurezza.

26.27.28 novembre

La domenica nessuno lavora e ci mancherebbe, in un paese dove, dicono tutti, quasi la metà della popolazione campa con il reddito di cittadinanza. Infatti la linea del nuovo presidente, che tutti stano contestando in questo momento, è proprio quella di iniziare a togliere le persone sedute sul divano e riabituarle al lavoro (naturalmente salvaguardando i vulnerabili). L’assistenzialismo viene associato al peronismo, una cultura politica che a detta dei più ha rovinato il paese.

Facciamo un breve giro in centro e la cosa che mi lascia perplesso è che i pedoni sono ostaggi degli automobilisti. Gli automobilisti, tra l’altro molto rissosi e ce ne siamo accorti circolando in moto, non rispettano nella maniera più assoluta le strisce pedonali: vedi i pedoni ai bordi delle strisce bianche in attesa che si fermi il flusso delle auto prima di attraversare. Io stesso ho provato ad attraversare sulle righe bianche e niente da fare, se non ti togli velocemente ti stirano.

Caritas Buenos Aires, una immensa struttura prima sede della Parker polligrafi e poi della Gillette. 85 operatori pagati e più di 2000 volontari danno assistenza a centinaia di persone, se consideriamo che a Baires si danno in strada circa 8000 persone. Anche in questo caso troviamo un avviamento al lavoro per il rinserimento nella società: cucina, cucito, computer, c’è un po’ di tutto per fare riacquistare fiducia in sé stessi. La struttura serve anche come comedor che distribuisce circa 400 pasti al giorno, tutti i giorni, dalla mattina a la tarde.

Hogar de Maria per donne maltrattate, argomento attuale, anzi attuale da troppi decenni. Non mi stupisce apprendere che anche in questo caso che la violenza dei sudamericani del nord è la più feroce e costringe mogli e figli a lasciare l’abitazione per non essere costrette a subire passivamente. Di posti come questo ne visitiamo un altro nel pomeriggio, sempre gestito da hermane e volontari cattolici, un posto dove trovano riparo anche donne senza fissa dimora. In questa ultima conosciamo Cris, che da homeless ha recuperato la sua vita e dopo due anni in questo centro ora è stata assunta dalla Direzione come persona tuttofare.

Oggi siamo invece in un centro che riabilita le persone della strada facendole lavorare in una cooperativa: realizzano prodotti di abbigliamento e ceramiche, un modo di guadagnare qualcosa e toglierli dalla strada. Ne intervistiamo alcuni e la cosa in comune per tutti che li ha tirati nel baratro è il consumo, qui lo chiamano così. Abbiamo potuto accertare che la droga in questa parte di latinoamerica ha distrutto non persone, ma intere comunità rendendole schiave e costrette poi a rubare per trovare il denaro necessario. La cosa ancora peggiore è che qui si consuma droga di scarto, il cosiddetto paco, che in nemmeno 6 mesi ti brucia il cervello. La lotta ai narcos è senza quartiere, ma le possibilità di questi, le risorse, sono immense, combatterli non sarà una cosa facile.

29.30 novembre .01 dicembre

Si torna in Uruguay. Il ferry parte alle 8.30 ma dobbiamo essere al Buquebus due ore prima e considerato il traffico di Baires partiamo alle 5.30. In perfetto orario noi, in ritardo il traghetto, partiamo soltanto alle 9.00 con una pioggia battente. La traversata per Colonia dura poco meno di due ore e quando scendiamo ci attende la solita trafila della dogana per il transito: due ore. Colonia a Montevideo poco più di 200 km, una strada dritta che fila per i campi a due passi dall’Oceano che ci da il benvenuto con vento a raffica per i primi 100 km. Giungiamo a Canelones, subito dopo Montevideo, nel primo pomeriggio e subito iniziamo le manovre propedeutiche per l’imbarco dei mezzi.

Anche stamattina di dedichiamo alla sistemazione dei mezzi e dei bagagli ed alle 17.00 siamo all’Istituto Italiano di Cultura per un meeting, organizzato dall’Ambasciatore italiano, per la chiusura della nostra missione. Ospiti eccellenti e la proiezione del video confezionato da Gabriele e Lisa raccoglie un ampio successo, meritatissimo.

Pioggia come se non ci fosse un domani, queste sono le previsioni, e così sarà. Al mattino infiliamo due moto nel furgone e ci portiamo al Buquebus di Montevideo per il carico del container. Non abbiamo neanche iniziato a smontare le ruote posteriori del furgone che si abbatte sulla città un temporale come non si vedeva da tempo. Non ci possiamo fermare, non possiamo attendere, e ci inzuppiamo completamente. Siamo tutti bagnati dai capelli alle scarpe, e la cosa più comica e che tutti abbiamo solo quel paio di scarpe…. se non si asciugheranno per domenica torneremo a casa in ciabatte! In poco più di due ore completiamo il lavoro e grazie ad una navetta offerta dai colleghi locali torniamo a Canelones, dove alloggiamo. Lungo la strada i torrenti sono in piena, i canali di scolo fanno fatica a contenere l’acqua e sul Rio è calata una nebbia invernale.

Nelle nostre abitazioni è entrata l’acqua, alcuni letti sono bagnati e non sappiamo come far asciugare il nostro vestiario…..in due mesi proprio oggi?????